POSTFAZIONE

   Il campanello del Luizzi si può considerare quasi un inedito, essendo stato pubblicato esclusivamente sulle appendici del quotidiano «Roma», dal 10 aprile al 6 agosto 1885. L’opera, infatti, non fu mai raccolta in volume.

   Il romanzo presenta, in questo senso, i limiti tipici del romanzo d’appendice, quali la ripetitività della trama e la ricorsività degli avvenimenti, che permettono al lettore di non perdere il filo del racconto di puntata in puntata.

   Mastriani affermava la necessità di limare una qualsiasi opera prima di destinarla alla stampa, in quanto un’edizione a puntate è sempre frutto di un lavoro veloce e imperfetto:

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   La maggior parte dei miei romanzi pubblicati nelle appendici dei giornali furono incontanente messi a stampa in volumi dai miei editori, senza darmi il tempo di leggere le bozze per arrecarvi quella lima, senza la quale riesce imperfetta ogni scrittura. Si sa che la prima pubblicazione di un lavoro nelle appendici di un giornale  è come la prima pruova di stampa. L’autore vi ritorna con maggior posatezza; e vi raspa, pulisce, racconcia le cose abborracciate in fretta [1].

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   L’autore non riuscì ad esercitare questo lavoro di rifinitura su tutti i suoi romanzi d’appendice. Il campanello dei Luizzi, dunque, costituisce un esempio di quella «prima pruova di stampa» di cui parlava Mastriani.

   Nel romanzo lo scrittore riesce a combinare brillantemente gli elementi della lingua letteraria aulica con quelli tipicamente colloquiali e popolari, riservando particolare attenzione ai  tratti dialettali propri del napoletano. Le numerose espressioni idiomatiche arricchiscono la narrazione, rendendo il racconto più vivace e interessante. Lo stesso  dinamismo si riscontra nel lessico utilizzato dal Mastriani, che, come di consueto, accosta forme ed espressioni appartenenti  a registri linguistici differenti.

   Può capitare di imbattersi nell’utilizzo di vocaboli anomali, ad esempio capedoto. Riferito al protagonista del primo capitolo del romanzo, ossia il beccaio Ciccio Ruospo. Il termine è certamente un’invenzione linguistica che conferma  la vitalità tipica dello scrittore. Ora, considerando che il compito del beccaio  era quello di mozzare il capo  di Luigia Sanfelice, si potrebbe pensare  che con il termine capedoto Mastriani volesse indicare proprio il ruolo  ricoperto in quel momento dal Ruospo.

   Scomponendo il lemma, infatti, si otterrebbe cape- (che si collega direttamente al latino  caput,itis ‒ appunto, il capo) e -doto (che potrebbe trovare corrispondenza ancora nel latino, in particolare nel verbo doto, as, avi, atum, are ‒ ossia, dare in dote). Del resto, il Ruospo non fa altro  che portare in dono ai propri sovrani l’agognata testa della Sanfelice.

   Il racconto si apre con l’evento che chiude il romanzo Due feste al Mercato, proprio la morte di Luigia Sanfelice l’11 settembre del 1800 e, per questo motivo, ne è considerato il sequel. Lo sfondo storico della Rivoluzione Napoletana del 1799, in cui si svolgono le vicende dei protagonisti, avvalora questa tesi, e conferma l’interesse dello scrittore per i fatti  e i personaggi di questo particolare e tormentato periodo storico. La trama del romanzo, che, con un salto temporale all’indietro di ben due anni, si snoda a partire dal 1798, ruota intorno all’intricata storia d’amore tra la giovane Susanna Ruospo, figlia del beccaio Ciccio Ruospo, e il giacobino Ermanno Luizzi, ultimo rampollo della casata destinato al rinvenimento del tesoro del barone Maurizio.

   Per narrare la singolare storia del campanello dei Luizzi, lo scrittore si serve di un narratore interno, il buon frate Nicola, amico affezionato della signora Teresa Gelli, la donna cha avea accolto e accudito la giovane Susanna, orfana di madre e completamente sola dopo l’arresto del padre per omicidio.

   Il maestoso palazzo che le due donne vedranno durante una passeggiata, infatti, non è altro che il cosiddetto palazzo del diavolo, dove qualche secolo prima si era compiuta una delle scene più misteriose e raccapriccianti mai udite. All’interno del palazzo, infatti, è custodito un campanello d’oro in grado di evocare il demonio. A saggiare le prodezze di quel campanello saranno proprio  i figli del barone Maurizio, Riccardo e Sibilla, desiderosi di conoscere il luogo dove il padre, appena defunto, aveva nascosto tutte le proprie ricchezze. La scena è a dir poco inquietante, e culmina con l’apparente ʻresurrezioneʼ del barone Maurizio, che proferisce le misteriose parole «Il figlio del decapitato e non già tuSibillaMessina sotto il…»[2].

   Lo scenario che si offre al lettore è ricco di elementi gotici e soprannaturali, particolarmente congeniali a Mastriani; la presunta resurrezione del barone, invece, si inquadra nel tema della morte apparente, che nell’Ottocento aveva diffuso tra le persone comuni la paura di essere seppelliti ancora vivi.

   Il predestinato a raccogliere l’eredità del barone Maurizio sarà proprio il giovane Ermanno, che è appunto «il figlio del decapitato» Igino Luizzi, giustiziato a Salerno per giacobinismo.

   Il giovane, che inizialmente si presenta sotto le mentite spoglie di Ermanno Ermanni per sfuggire alle truppe borboniche, non è a conoscenza della storia del campanello d’oro né tantomeno dell’esistenza di un tesoro nascosto. Sarà proprio Susanna a raccontargli la storia del palazzo del diavolo e a salvarlo da un imminente pericolo di cattura da parte dei borbonici.

   Ermanno risveglierà così lo spirito del campanello d’oro e, guidato dalle parole di Sibilla, potrà finalmente entrare in possesso del tesoro della sua famiglia, sepolto a Messina «sotto il gigantesco platano» [3]. Egli deciderà, poi, di rifugiarsi a Londra per ritornare in patria solo quando i tempi saranno mutati, in modo da non correre più pericolo per le sue idee politiche. A quel punto potrà onorare la promessa di matrimonio fatta a Susanna durante il loro ultimo incontro. Tuttavia, dopo aver scoperto che la ragazza è la figlia del beccaio che aveva ucciso la Sanfelice, egli sarà ancora disposto a sposare Susanna, venendo meno ai propri ideali e macchiando così la memoria dei compagni morti in nome della libertà? Mastriani decide di consegnare al lettore un lieto fine e due protagonisti assolutamente positivi: Ermanno, infatti, è pronto a sfidare i pregiudizi della società e le maldicenze della gente comune pur di restare fedele a quella promessa iniziale, mentre Susanna è celebrata in tutta la sua onestà. Non a caso, la ragazza sarà identificata nel romanzo come «Biondina la fata del Sele» [4] , portatrice di «benefici» [5] e «lieta ventura» [6], mentre Ermanno apparterrà a quella categoria di «EROI» [7] che Mastriani celebra a lettere maiuscole per sottolineare  il valore e il coraggio.

   Il desiderio di educare e guidare il popolo, del resto, furono sempre vivi nell’animo dello scrittore, al punto che la profezia conclusiva del romanzo appare proprio come un monito rivolto direttamente al lettore:

   Tempo verrà in cui il Dio di Giacobbe, Jehova, sarà sbalzato dal suo trono celeste; e Lucifero, il dio dell’oro, sarà unicamente adorato nel mondo; e dirà come Jehova: Io sono il tuo Dio, non avrai altro Dio avanti di me [8].

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   Quella previsione non è altro che la critica nei confronti di una società meschina e corrotta e disposta a tutto pur di raggiungere i propri scopi (si veda, a tal proposito, la figura del prete Agostino). Una profezia, tra l’altro, che secondo lo stesso Mastriani si sarebbe già realizzata.

   La chiusa del racconto, dunque, sembra celare una lezione che custodisce il senso profondo del romanzo, un messaggio universale e quanto mai attuale. Insomma, un vero e proprio testamento.

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[1] F. Mastriani, Prefazione dell’autore a Sotto altro cielo, Napoli, Stab. Tip. Cav. Gennaro Salvati.

[2] F. Mastriani, Il campanello dei Luizzi, Cronaca napolitana del 1799, in «Roma», n. 119, 1885.

[3] Ivi, in «Roma», n. 168, 1885.

[4] Ivi, in «Roma», n. 154, 1885.

[5] Ibidem.

[6] Ibidem.

[7] Ivi, in «Roma», n. 194, 1885.

[8] Ivi, in «Roma», n. 216, 1885.