PREFAZIONE

   Francesco Mastriani fu stimato, già da Benedetto Croce, come uno tra i primi e più importanti romanzieri dell’800. Autore di quello che è considerato il primo romanzo giallo edito in Italia, “Il mio cadavere”, ebbe particolare sensibilità per le classi subalterne, specie nei primissimi anni a ridosso del 1860, tanto da essergli attribuito un “generico socialismo cristiano” velato di romanticismo, grazie alla profonda conoscenza della psicologia della piccola borghesia, alla quale egli stesso apparteneva.

   Siamo negli anni in cui prolifera il romanzo a puntate, il cui mezzo di diffusione era essenzialmente il giornale.

   In Francia già molti scrittori lo sperimentarono e nel 1842 il romanzo d’appendice divenne un vero e proprio genere letterario.

   Francesco Mastriani fece uso delle sue regole con la sola intenzione di scrivere un’opera essenzialmente didascalica e dai contenuti sociali.

   Lo dichiara egli stesso: destinatari sono “…le classi medesime di cui ci occupiamo”.

   Allo scopo di guadagnarsi l’attenzione di questo nuovo pubblico, utilizza un linguaggio a metà strada tra il codice linguistico affermatosi con la recente unità e l’organizzazione sintattica ed i modi di dire tipici del napoletano. Richiama alla mente del lettore episodi precedenti, con toni piuttosto semplici, ma allo stesso tempo passionale e patetici; impiega rimandi, spesso si ripete. Vuol essere certo che il lettore non si perda, che segua il filo logico, che si addentri nella vicenda narrata e che ne colga, quanto più possibile, la morale che vi si nasconde.

   Nel 1875 uscì a puntate sul giornale “Roma” il romanzo storico “Nerone in Napoli”, il quale verrà successivamente drammatizzato nel 1877.

   Mastriani colloca la vicenda cardine dell’opera all’epoca del secondo viaggio a Napoli dell’imperatore Nerone.

   Protagonisti sono giovani appartenenti a diversi strati della società romana del I sec.: una seducente aristocratica ed ex amante del giovane imperatore, Licinia Gabolo, si innamora di Valerio, valoroso soldato, convertito al cristianesimo dopo l’incontro con San Paolo, invaghito a sua volta della giovane e bellissima schiava di Licinia, Candida.

   Si presenta il “leitmotiv” dei primi martiri cristiani a pochi anni dalla morte di Gesù, e del tiranno imperatore, che fu l’antesignano delle prime persecuzioni.

   Lo scopo didascalico di Mastriani è evidente: elevare i principi di carità cristiana ai danni di una società perversa e corrotta, di cui Nerone sembra essere l’emblema assoluto, e non poteva di certo esentarsi dalle correnti storiche del suo tempo nel descrivere con sprezzante tono e lucido distacco l’imperatore, il “princeps” più odiato della storia.

   La tirannia di Claudio Giulio Nerone fu al centro di numerose opere letterarie, e non solo, del diciannovesimo secolo.

   È del 1861 l’opera pittorica di Karl Thedor von Piloty, che rappresenta in modo esaustivo l’immagine più in voga dell’imperatore: raffigurato con una torcia in mano, intenzionato a dar inizio a ciò che diventerà uno degli incendi più devastanti e famosi che la storia ricordi.

   A quel periodo appartiene anche il romanzo più celebre, che lo ha per protagonista: “Quo vadis?” di Henryk Sienkiewiezk, uscito a puntate sulla “Gazzetta Polacca” a partire dal 1894.

   Mastriani analizza la figura dell’imperatore, suddividendo l’opera in tre parti ben distinte: IL PARRICIDA, LA BESTIA, L’ISTRIONE.

   Aggettivi che sono chiari segni di quando la “damniato memoriae” abbia stroncato di netto questo importante personaggio storico.

   Nella prima parte, con un salto all’indietro negli anni rispetto alla vicenda, Mastriani descrive in modo dettagliato i primi anni al governo del giovane principe, durante i quali si rese già colpevole di atroci delitti, tra cui la soppressione del fratello Britannico e della madre Agrippina. Crimini imperdonabili per l’autore. È necessario sottolineare quanto questa crudeltà sia indice di una mente scellerata e lo fa utilizzando lo strumento della digressione dai toni fortemente moralistici, non risparmiando continue invettive.

   Il suo è il chiaro tentativo di introdurre il lettore ad una conoscenza approfondita del personaggio principale, delineandone gli aspetti salienti del carattere e del fisico, non sottraendosi a condanne e ad attacchi feroci che non lascino spazio a dubbi: Nerone è la personificazione del Male.

   La seconda parte è incentrata sul secondo viaggio dell’imperatore a Napoli, città ancora greca nelle tradizioni e nel culto della vita; Mastriani ce ne offre un paesaggio affascinante, accompagnandoci con mano ora nei suoi vicoli stretti, nella bottega oscura di un’esperta di veleni nei pressi della statua del dio Nilo, ora ad ammirare grandi opere monumentali come il teatro, oggi ricordato come il teatro di Nerone, del quale ci presenta una minuziosa descrizione “L’emiciclo di questo teatro cominciava da quella strada che oggidì è detta de’Pisanelli e nei tempi di mezzo fu chiamata di Somma Piazza, ritenendo forse l’antica destinazione. Terminava l’emiciclo al sito dov’è presentemente la chiesa di S. Paolo.

   Caduta questa parte del teatro per effetto del tremuoto del 64, come diremo in appresso, surse sull’emiciclo il tempio da Castore e Polluce, di cui la facciata principale, ch’era rimasta, fu atterrata dal tremuoto del 1588.

   È una Napoli fortemente ellenica, per Mastriani forse un po’ troppo “pagana”; sulle sponde delle sue coste, tra Baia e “Baculi”, si riversano i rappresentanti degli strati più alti della società romana per dedicarsi ai piaceri più sfrenati e a rituali pregni di un antico e perverso misticismo.

   La società precristiana è totalmente perduta, lo sguardo critico e severo dell’autore ne preannuncia, però, la salvezza.

   Francesco Mastriani, anche in questa seconda parte, tinge con toni sempre più oscuri il personaggio Nerone; con uno sguardo eccessivamente critico, riduce la figura di questo importante imperatore a “guasto della società”, un “deformato aborto” di ciò che dovrebbe essere un uomo, un depravato, un assassino fuori controllo.

   Il parricida, il carnefice che, prima o poi, avrà a che fare con la propria coscienza. Essa è inferno o paradiso, scrive il Mastriani, e non esiste Bestia che possa sottrarsi a questo inferno.

   “…Il sangue versato non si cancella più dalla vista dell’uccisore: è la coscienza che lo riverbera agli occhi. E quel sangue dà le vertigini, il capogiro, l’ebbrezza, il delirio, gli spasimi crudelissimi della febbre, e della idrofobia. La coscienza è Dio.

   Il personaggio scomodo di questa vicenda trova nel centurione il suo perfetto “alter ego”. È un uomo coraggioso e forte, che ha abbracciato da poco gli ideali della religione cristiana; le sue doti lo presentano quasi un paladino contro gli orrori della società contemporanea.

   Perfino l’aristocratica Licinia Gabolo, la concubina del principe, si lascia affascinare dalla potenza spirituale del nuovo credo, fino a rinnegare dei ufficiali per poi compiere un atto d’amore, che lascia il lettore attonito.

   L’amore vince sull’odio, la pietà ed il sacrificio gettano ombre sull’orrore e la depravazione. I vinti saranno ripagati, il loro sacrificio è vessillo di un fervore spirituale, che li porterà verso la grazia divina.

   “… Poco tempo di poi che in oriente era sorta la sublime e divina Figura del Cristo a personificare il tipo della umana perfezione, sorgeva nell’occidente la mostruosa antitesi neroniana, tipo del mondo sensuale che si sfasciava.

   Iddio s’incarnò nelle forme di Gesù.

   Satana s’incarnò nelle forme di Nerone.

   Nerone creò il MARTIRIO, la più sublime Confessione del Cristianesimo, il trionfo del mondo morale sul sensuale, dell’Anima sul Corpo.

   Ancora una volta la religione cristiana si preannuncia come salvatrice del genere umano.

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   L’IMPERATORE

   Grazie anche all’avvento del Cristianesimo nei secoli successivi alla morte di Nerone la storiografia ufficiale mirò a demolirne del tutto la figura, in quanto artefice della prima persecuzione ai cristiani subito dopo il grande incendio di Roma nel 64 d. C.

   È così passato alla storia come Bestia, dedito a pratiche incestuose, colpevole di aver ordinato la morte del fratellastro Britannico e della stessa madre per facilitare la propria scalata al potere, ripudiò e fece giustiziare la prima moglie, Ottavia, per potersi unire in matrimonio con la bellissima Poppea Sabina, moglie di uno dei suoi compagni di avventure, Otone, mandato poi in esilio; provocò a sua volta la morte di Poppea, si dice, con un calcio sferrato al ventre, incinta di pochi mesi; nel luglio del ’64, si racconta, ordinò di appiccare un incendio, che devastò interi quartieri della città, tra cui il Palatino, sede del Palazzo imperiale, al solo scopo di dare inizio ai lavori di un’opera grandiosa: la Domus Aurea.

   Inviso all’aristocrazia, lo sguardo sempre rivolto ai più deboli, Nerone è stato oggetto di critiche già a partire da Svetonio e Tacito, che ci hanno tramandato l’immagine dell’uomo che meglio conosciamo.

   La storiografia moderna ha iniziato, a partire dal secolo scorso, a rivalutare la figura di questo principe, su cui tanto si è discusso, denunziando le tesi dei suoi contemporanei quali invenzioni propagandistiche ai suoi danni.

   Era necessario, secondo le moderne teorie, svalutare Nerone, ultimo della dinastia Giulio-Claudia, imperatore, dunque, per diritto divino. Dopo la sua morte senza eredi, infatti, salirono al trono vari rappresentanti dell’esercito.

   E così l’immagine del crudele tiranno va sostituendosi a quella di un uomo vittima degli intrighi di una madre eccessivamente ambiziosa, spinto giovanissimo sul trono imperiale e costretto a misurarsi con le problematiche di uno degli imperi più vasti dell’epoca.

   Amante dell’arte e non della guerra, sostenitore del popolo e nemico dell’aristocrazia senatoriale, intento ad elevare la società romana, da lui considerata troppo rozza, ai livelli di quella greca, di cui era fervente fautore, agli spettacoli cruenti preferì i giochi, alle spedizioni militari, il teatro.

   I romani, legati ancora al rigore e ai costumi degli anni della repubblica, non sostennero un atteggiamento da loro considerato eccessivamente “molle”. In molti, specie quelli appartenenti alle classi più elevate della società, avrebbero preferito un imperatore alla testa degli eserciti piuttosto che un uomo dedito alle arti.

   Ma Nerone era soprattutto un imperatore amato dal popolo.

   Promosse numerose opere sociali e pubbliche, indisse una riforma tributaria a vantaggio della plebe; i primi atti del suo regno, infatti, sono finalizzati ad una pacificazione politica e sociale. Nel ’60 fece adottare dal Senato la “Lex Petronia”, che migliorò la sorte degli schiavi, restringendo notevolmente i poteri dei loro padroni [1].

   Svetonio: “Non perde occasione di dar prova di bontà e di clemenza.”

   In occasione del famoso incendio, di cui fu ingiustamente incolpato, non stette a contemplare la città divorata dalle fiamme, suonando la cetra, ma aprì gli Orti Sirviliani al popolo, preoccupandosi che tutti trovassero una sistemazione adeguata, ed accelerò i tempi di ricostruzione; requisì i viveri depositati ad Ostia e fece dirigere tutte le riserve disponibili a favore della città devastata.

   Plinio il Vecchio [2], alto funzionario della dinastia Flavia, sebbene fosse appassionatamente antineroniano, ammise che il sovrano prese immediati provvedimenti a pro dei sinistrati.

   Dopo la morte di Nerone e per molti anni a seguire, una folla di pellegrini rese omaggio alla sua tomba.

   Scrive Svetonio [3]: “Per lungo tempo dopo la morte dell’imperatore vi sono cittadini che vanno ad ornare il monumento con fiori della primavera o dell’estate.”

   Perché i romani avrebbero dovuto omaggiare una bestia, un depravato, un guasto della società?

  

   L’ANONIMO LETTORE

   Del “Nerone in Napoli” in prosa sono esistenti soltanto due edizioni: una del 1875 e l’altra del 1910. Il testo qui proposto è preso fedelmente dalla prima edizione, tra le cui pagine, con elegante grafia impressa con inchiostro non del tutto sbiadito, che sfida il tempo, un anonimo lettore ha trascritto un aspro commento, denunciando una notevole avversione verso l’autore, reo di… aver preferito la polenta ai maccheroni! [4]

   È evidente che si tratta di una critica politica, se si considera il periodo in cui è stato pubblicato il libro.

   L’anonimo lettore probabilmente non perdona a Mastriani la sua adesione al nuovo corso politico, che “danneggiava i maccheroni”.

   A riprova di ciò, è curioso notare che ha trasformato parodisticamente il ritratto di Nerone, presente all’inizio del secondo volume, con le fattezze tipiche di un “signorotto liberale”, che possono ricordare quelle di Vittorio Emanuele II, primo re d’Italia. potrebbe essere soltanto una suggestione, eppure per non pochi napoletani tra cui probabilmente il nostro anonimo lettore, il “nuovo Nerone”, la Bestia, l’Infame, non era altro che il “re galantuomo”.

              NUNZIA SMALDONE

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[1] La Tour Saint-Ybars, Vita di Nerone, 1867.

[2] Plinio il Vecchio, Storia Naturale.

[3] Svetonio, Vite dei dolci Cesari.

[4]    “…forse allora… ma adesso!! francesismo! Maledetti maccheroni..! imbecille!!! È buona la polenta?…”. Cfr. pagine 10 e 11.