RAGIONI DEL PRESENTE DECADIMENTO DELLA MUSICA IN ITALIA

Discorso che fu letto da noi medesimi nella Sala di Monteoliveto nel CIRCOLO BONAMICI.

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   Se ci facciamo freddamente a considerare lo stato presente della musica in Italia, ci sentiamo nel cuore un profondo scoraggiamento per suo decadimento e per le sue sorti in un prossimo avvenire, le quali non ci sembrano al certo più sorridenti e felici. Quegli astri fulgidissimi che risplendettero sul nostro orizzonte musicale nella giovinezza di questo secolo si eclissarono a poco a poco, e taluni disparvero per tutto nell’eterno occaso, lasciando però dietro ad essi tali riflessi di viva luce che vincono ancora i pallidi raggi degli astri novelli che spuntarono di poi sull’artistico nostro cielo.

   Noi non vogliamo riandare la storia musicale di questo decimonono secolo venuto ormai a matura stagione: essa è nota abbastanza. Ma pure ci conviene accennare i fatti principali, per dedurne quelle conseguenze alle quali vogliamo venire.

   Al principio di questo secolo, la musica in Italia aveva un carattere, benché interamente opposto all’indole politico-sociale dei tempi, conforme impertanto ai bisogni della quiete che sentivano i popoli della penisola.

   Gioacchino Rossini portò nel regno musicale una prima rivoluzione. Egli comprese che le molli cantilene non più si confacevano alle bollenti passioni della novella generazione. Giovane di fantasia ardente e briosa, il cigno di Pesaro si abbandonò alla tempera dell’animo suo: rispettò i suoi maestri e li studiò, ma comprese non essere più tempo di seguitarne le orme. Al pari di tutti i sommi e singolari ingegni, sdegnò la servile imitazione, e si mostrò al mondo musicale come riformatore. Dice il Tommaseo che la perseveranza è uno dei precipui segni a cui si riconosca il genio; e Rossini fu perseverante: e calpestando le basse accuse dei suoi avversari, non curando il fiasco di una sera, nella sicurezza del trionfo del domani, scrisse l’un dopo l’altro quei capolavori che formano ancora e formeranno per anni lunghissimi la maraviglia del mondo.

   Ma per cantare quelle musiche difficili e sublimi ci volevano artisti di organi singolari, educati da lunghi e severi studi. Allora non bastava la voce, come oggidì basta; si richiedeva la perfezione dell’arte, si richiedea sentimento efficace e organizzazione privilegiata. Le Fodor, le Colbran, le Pasta, le Tacchinardi, le Malibran, i Rubini, i David, i Nozari, i Lablache, i Tamburini pareano da Dio creati espressamente per cantare le musiche dell’immortale Pesarese: onde, allorché questi colossi della scena lirica tramontarono, Rossini più non vergò una nota, quasi disperando di trovare simiglianti interpreti dei suoi pensieri.

   Intanto, mentre i nomi di Saverio Mercadante e di Gaetano Donizzetti si andavano pure elevando sulle mezzanità dell’arte, accennando a quell’avvenire che di tanta gloria dovea circondare questi due maestri, un giovinetto di Catania studiava il contrappunto nel nostro Conservatorio di musica. Al pari di tutte le anime che debbono lasciar presto l’esilio del mondo, quel giovinetto era melanconico e pensieroso nella età del brio e delle feste. Quando a sera si raccoglieva nel suo stanzino e metteva le mani su i tasti del suo gravicembalo, un mondo novello si schiudeva alla sua vergine fantasia; ed egli vi si trasportava con tutta l’ansia di un cuore ricolmo di affetti, ed ivi apprendeva un linguaggio che non potrà mai essere rivestito di umane parole; e da’tasti di quel cembalo partivano tali melodie che facevano pregustare al giovinetto siculo le delizie del paradiso. questo giovinetto avea nome Vincenzo Bellini.

   In meno di dieci anni corse questo giovine tal cammino di gloria che invano è dato sperare alla più lunga esistenza. L’astro di Rossini impallidì per poco sotto il fulgore di quel genio che aveva rivelato al mondo le dolcezze del cielo. Rossini era sempre il Michelangelo della musica; ma Bellini ne era il Raffaello.

   Crediamo non apporci al falso asserendo che i venti anni dal 1820 al 1840 furono il più splendido periodo della musica di questo secolo decimonono. – Negli anni 1841-42 Giovanni Pacini e Mercadante dominarono in Napoli in campo musicale.

   Rossini si era addormentato su i suoi lavori, Bellini era morto a Parigi sempre invida e gelosa delle nostre glorie; Donizzetti, benché giovine ancora, era stanco ed infermo per soverchio abuso delle facoltà mentali. Non ci restavano di maestri primarii che Pacini, il quale parea tornato fresco di mente e di cuore, e Mercadante che non avea per nulla esaurita la sua vena creatrice. In questo, il nome di Giuseppe Verdi cominciava ad estollersi in Italia per talune sue opere che avevano ottenuto un brillantissimo successo, tra cui I Lombardi alla prima Crociata, l’Ernani ed il Nabucco. Le pastoie della censura non ci permettevano di poter udire di queste musiche, di talché Verdi non era conosciuto appo di noi che pel suo Oberto di S. Bonifacio, che aveva fatto fiasco solenne. Nella grande stagione teatrale 1844-45 egli scrisse pel nostro S. Carlo l’Alzira. Questa musica fu sentita con religioso raccoglimento: si annunziava assai bene; ma non si sostenne, e cadde riprovata. – S. Carlo cominciava a scendere dall’alto seggio che aveva sempre occupato fra i teatri di Italia e di tutta Europa.

   Giungeva il 1848: cessarono gli ostacoli pei quali non ci era dato ammirare i lavori del maestro di Busseto; e Napoli aggiunse i suoi allori a quelli che già il Verdi aveva raccolti in quasi tutte le città d’Italia. Il Macbeth, dato a S. Carlo nel carnevale del 1849, piacque per l’originalità del suo carattere, pel fantastico dei suoi motivi e per la novità della tessitura dei pezzi.

   Napoli, città immaginosa e entusiasta, non tardò a porre sull’obelisco l’idolo novello che tutto il resto d’Italia già adorava; e le musiche del Verdi inondarono i nostri teatri. Si aveva sete di novità, e Verdi soddisfaceva largamente a questo bisogno.

   Noi non vogliamo entrare in gravi discussioni estetiche sull’indole delle musiche del Verdi; ma ci sembra che il grande maestro, seguendo le tendenze della fosca tempera dell’animo suo, si appigliasse a quel genere di antitesi drammatiche che aveva già dato celebrità ad un cupo e possente ingegno in Francia. Noi crediamo scorgere una grande analogia tra le anime di Vittorio Hugo e di Giuseppe Verdi. Volle ventura che questi sorgesse nel mondo musicale in un momento a lui propizio, come quegli era sorto nelle lettere in Francia dopo la rivoluzione del 30; entrambi seppero approfittare del loro genio e dell’ora favorevole. – Intollerante d’ogni principio, d’ogni norma, d’ogni modello, Verdi ambiva di crearsi un nome altissimo col creare le maggiori e più sorprendenti novità del dramma lirico. Dotato di fantasia prepotente, di carattere sdegnoso, di temperamento bilioso melanconico, egli si abbandonò a ritrarre ne’suoi lavori il truce, il fantastico, il terribile; e sacrificò la melodia all’armonia, comprendendo che, dove quella traduce l’unità del sentimento, questa è acconcia a rivestire il contrasto di opposte passioni; antepose la declamazione al canto, perciocché in quella più che questa ei trovava il linguaggio musicale che meglio si affaceva alla sua fibra. Verdi non chiede ai suoi artisti che due cose, la voce ed il cuore; e gl’importa ben poco che i suoi artisti non abbiano fatto neppure un anno di studii e di solfeggi: egli vuole organi umani intelligenti, siccome ha d’uopo d’istrumenti suonati a perfezione; giacchè nessun maestro, a nostro credere, ha dato allo strumentale tanta parte del dramma. Verdi aborre le agilità, le fioriture, i ricami del canto: la sua frase musicale è quella che si richiede severamente dalla passione che la informa; e, dove l’umana voce è impotente a tradurre i suoi pensieri, ei gli affida all’orchestra. Una vena straordinariamente inesauribile di motivi dilettosi e popolari; un gusto eccellente nella distribuzione delle voci e degli accordi, una profonda cognizione del cuore umano; l’elemento democratico che traspira in quasi tutte le sue musiche, doveano cattivare a Giuseppe Verdi le simpatie di tutti gl’Italiani; ed egli è ancora oggidì il maestro prediletto.

   Ma Giuseppe Verdi è sorto in un’epoca in cui la musica italiana era già in un pendìo di decadenza; ed egli ha fatto come quel medico che, non potendo del tutto ridonare la pristina sanità e l’antico vigore allo infermo, procura di rialzarne momentaneamente le forze con gagliardi tonici e con vini poderosi fino ad ubbriacarlo. Giuseppe Verdi ha tentato con successo tutte le novità possibili ed immaginabili nel campo musicale, ha voluto sorprendere e rapire gli applausi; e ci è riuscito; e ha detto, come Luigi XV: «Après moi le dèluge

   Intanto, guardando allo stato presente dell’arte musicale in Italia, scorgiamo che le musiche del Rossini e del Donizzetti non si possono eseguire per mancanza di artisti, educati quasi tutti a declamare le musiche del Verdi; scorgiamo che il Pacini e il Mercadante si ritirano dalle liriche scene; scorgiamo che di maestri del primo ordine non ci resta che il Verdi e il nostro Errico Petrella, se gli si vuol concedere l’onore di seder sì alto. Ma basterà il genio di questi due compositori a soddisfare al gusto eccitato della presente generazione? Che altro inventerà il Verdi per tener desta la sorpresa nei suoi uditori? È questo un problema assai difficile a risolvere. – Si è dovuto ricorrere a Meyerbeer; si è cercato magnetizzare il pubblico coi grandiosi effetti dell’armonia; ma chi ci darà più la melodia? Noi non vediamo che due vie di salute all’attuale decadimento dell’arte musicale in Italia; la prima è un ritorno al passato, al buon genere, al vero canto italiano. Ma come tornarci? Col risuscitare i capolavori dei grandi maestri? E da quali artisti saranno eseguiti? Come potranno i presenti sfiatati pigmei sostenere quelle colossali grandezze? Col sorgere d’un genio novello? Dio lo voglia; ma per ora, dovunque volgiamo lo sguardo e l’orecchio, non ne sentiamo neppure i vagiti. L’altra via di salute è il ritorno alla musica semiseria e buffa, che è stata sempre quella donde han preso le mosse i più grandi compositori del mondo.

   Non può negarsi che la musica semiseria e buffa oggidì è non solo in decadenza, ma quasi in abbandono. Quando gittiamo uno sguardo al passato, non possiamo che più amaramente rimpiangere un tal vuoto ai dì nostri e la caparbietà dei presenti compositori, i quali estimano di rinvilirsi nel trattare il genere semiserio e buffo. Eppure, non così opinavano i grandi maestri del scorso secolo, la maggior parte dei quali non furono grandi che per avere appunto studiata e seguita la composizione buffa di preferenza alla tragica o seria. È cosa assurda, per non dire scandalosa, che i compositori dell’epoca nostra, o almeno gran parte di loro, non incomincino a dar saggio del loro ingegno musicale che calzando il coturno; la qual cosa vuol dire che eglino principiano e prendono le mosse da quel punto in cui finivano i sommi dell’arte.

   Vuol la moda che un maestro debba sdegnare di porre le mani ad un libretto, in cui non entrino come precipui elementi una buona dose di veleni e pugnali, consunzioni, afforcamenti ed altre simiglianti piacevolezze. Siffatto genere eroico, o, per meglio dire, sanguinario, ognuno vede non potersi attagliare che ai grandi teatri e del primo ordine, onde la necessità dei giovani esordienti di slanciarsi incontanente sulle più alte scene, con gran pericolo, anzi con ben due terzi di certezza di rompersi la nuca del collo, quasi che ad acquistar fama e gloria fosse assolutamente necessario andare scavando soggetti da corti criminali, e fosse indispensabile buttarsi a corpo perduto nell’esagerato e nel gonfio.

   Un ritorno alla musica semiseria potrebbe dunque esser mezzo efficace a ricondurre alle glorie antiche la musica italiana e far rigermogliare altri genii possenti nel nostro suolo d’Italia semenzaio di eletti ingegni, e da Dio chiamato ad alti e nobilissimi destini.

                                                                                                              FRANCESCO MASTRIANI