Federico Lennois

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….. Questa edizione è in possesso degli eredi Mastriani

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Questo romanzo è il seguito di Il mio cadavere,

Fu pubblicato in appendice su:

– L’Omnibus, XXI, 1852, nn. 98-104 (8-29 dicembre 1852). Non è possibile stabilire in quali numeri del 1853 il romanzo prosegue, dal momento che l’annata è irreperibile nelle Biblioteche nazionali.

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Altre edizioni in volume:

– Napoli, Giosuè Rondinella, 1856 e 1874-75 (entrambe in 2 volumi).

– Napoli, Lubrano e Palmieri, 1882.

– Roma, E. Perino, 1889.

– Napoli, Stabilimento Tipografico di Gennaro Salvati, senza anno ( forse 1892).

– Firenze, Adriano Salani, 1914, con disegni di Carlo Chiostri ( Biblioteca economica).

– Napoli, Abe, 1976.

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RIDUZIONI TEATRALI

 

   La presente scheda è stata realizzata prendendo come riferimento l’edizione: Napoli, Dallo Stabilimento Tipografico del Tramater, 1853; due volumi, di misura 8,5  x 14 in 32°.

 

I TEMPI

   Gli avvenimenti del romanzo iniziano ad Auteil presso Parigi nel giugno 1829  e buona parte della trama si svolge nella capitale francese. Alcuni episodi avvengono a Glasgovia in Scozia, ed altri  nella città di Pisa.

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INDICE

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PERSONAGGI

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VOCABOLI DESUETI

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TRAMA

Federico Lennois è il seguito de Il mio cadavere, per cui in esso ci ritroviamo diversi personaggi di questo romanzo: Lucia Fritzhein, che è diventata la moglie di Eduardo Horms, la sorella Marietta, l’esquire Maurizio Barkley e la sua consorte Emma di Gonzalvo. Tra i nuovi personaggi: Augusto e Isalina d’Orbeil, figli del nobile Visconte d’Orbeil, Giustino fidanzato di Isalina, ma soprattutto il protagonista del romanzo, Federico Lennois, che è un altro dei figli illegittimi del baronetto Eduardo Brighton, e quindi fratello di Eduardo Horms, ricco banchiere scozzese. Invece il Lennois è un discreto pittore e la storia inizia proprio con l’acquisto di Eduardo, che è un cultore d’arte, di un quadro del fratello, La preghiera, che viene pagato ad un prezzo esorbitante dal ricco banchiere che però non è pentito della cifra sborsata, essendo il quadro un vero capolavoro. Federico Lennois ha cambiato il suo nome, si fa chiamare Ferdinando Decastel, e prega Eduardo, Lucia e Marietta di non rilevare il suo vero nome per ragioni che spiegherà in seguito. Il Lennois è il figlio illegittimo di Zenaide e del baronetto Eduardo Horms. Zenaide, che diventa anche la nutrice del nobile figlio del visconte d’Orbeil, Augusto, concepisce per questo un amore morboso, al contrario, per suo figlio diventa una spietata e cattiva genitrice. Il Lennois trascorre un’infanzia infelicissima, l’unico suo amico è un cane Astolfo che viene barbaramente ucciso, dal fanciullo Giustino, per dilettarsi insieme ad Augusto e Isalina. Questa infanzia infelice radica  nell’animo del Lennois, un’odio per il genere umano, e da adulto si allignano  in lui tre terribili passioni; l’ambizione, la vendetta e l’invidia. All’età di dieci anni, il fanciullo Federico Lennois, stanco degli orribili maltrattamenti subiti dalla madre, scappa di casa, involando un sacchetto contenente delle monete di rame. Arriva a Parigi ove col calar delle ombre viene arrestato da un gendarme insospettito dal sacchetto di monete in suo possesso. In carcere fa amicizia con un falsario, paolo Demourier, che si affeziona al ragazzo; in seguito l’aiuta a fuggire con uno stratagemma dal carcere e gli indica anche un posto ove lui ha conservato del denaro. Grazie a questa somma, Federico riesce a sopravvivere alcuni mesi. Poi in seguito diventa il garzone di un benestante inglese che svolge l’attività di acquirente e venditore di opere d’arte, per lo più quadri. E grazie a quest’attività che Federico scopre di essere predisposto per la pittura, e l’inglese lo aiuta a portare avanti questa sua attitudine. Con l’inglese lavora anche una donna più grande di Federico, che ne diventa l’amante. I tre si recano poi in Italia a continuare la loro attività e i loro studi sui capolavori della pittura italiana. In seguito il Lennois abbandona l’inglese e l’amante e comincia a condurre una vita autonoma, aiutato economicamente anche dal sussidio che riceve mensilmente, come gli altri figli illegittimi del baronetto Brigthon, da Maurizio Berkley. Lo ritroviamo poi a Pisa dove diventa amico del giovane pittore Ugo Ferraretti, il quale sta realizzando un quadro capolavoro, La preghiera, la cui modella inconsapevole è Luigia Aldinelli, che pure è una figlia illegittima del baronetto. Si amano il giovane pittore e Luigia, ma il loro amore è tenuto nascosto perché la ragazza, orfana, è sotto la tutela di un fratellastro dispotico che la sfrutta, sia col suo lavoro di abile creatrice di immagini di cera, sia per il sussidio che anche la ragazza riceve da Barkley. Il Lennois concepisce il pensiero di rubare il quadro di Ferraretti, opera che non è stata vista da nessuno, e diventarne l’autore. Al giovane pittore, di labile salute, Federico affretta la morte, facendogli condurre una vita dissoluta. E in una festa di Carnevale, si aggrava, e dopo pochi giorni muore. La Luigia, all’insaputa del Lennois riesce a fare un calco di gesso del volto del suo amante ormai morto. Il pittore diventa famoso grazie al quadro del Ferraretti che viene esposto a Parigi nel corso di una importante Esposizione. Il Lennois, con uno stratagemma, aiutato anche dalla sua ex amante, fa si che Eduardo Horms uccide, in preda alla gelosia, Giustino Victor, che corteggiava la moglie Lucia. In tal modo Lennois si vendica della morte del suo cane Astolfo. Tutto sembra sorridere all’avvenire del Lennois, ma succede che per puro caso l’Aldinelli riesce a vedere il quadro La preghiera che raffigura la sua persona. Grazie all’aiuto di Maurizio Barkley, sempre nel corso di una festa in maschera, la Lugia si mostra al Lennois col volto in gesso del Ferarretti e lo accusa di non essere l’autore del quadro La Preghiera. Questo episodio sconcerta la mente del Lennois che diventa alienato e rinchiuso in un manicomio, e viene altresì condannato ai ferri, per il furto del quadro e per l’inganno per il quale Eduardo Horms ha ucciso Giustino Victor. Per fatalità nello stesso manicomio è ricoverata sua madre Zenaide, anche lei alienata. I due riescono ad incontrarsi nel manicomio ed entrambi subiscono un trauma che li fa rinsavire ed entrambi si riconoscono e la Zenaide, gravemente ammalata, prima di morire confessa che Federico Lennois è il figlio del visconte d’Orbeil, ed Augusto è il suo vero figlio; ella li aveva scambiati quando era nutrice di Augusto, per far sì che il suo vero figlio diventasse ricco e nobile. La notizia viene palesata al visconte e alla moglie; entrambi in preda allo sconforto danno comunque la notizia ad Augusto. Ma il giovane non viene disconosciuto dai due nobili che pensano di darlo sposo alla loro figlia Isalina. Conclude la sua buona opera Maurizio Barkley che adotta Augusto che in fondo è anche lui nobile essendo figlio, seppur illegittimo del baronetto Eduardo Brighton.  A Federico Lennois viene condonata la pena, ma dopo pochi mesi dacchè è uscito dal manicomio, viene ucciso durante un tumulto popolare per le strade di Parigi. Il quadro La Preghiera viene donato dall’ottimo Eduardo Horms, che ha riacquistato la sua libertà, riconosciuto innocente per la morte di Giustino, alla sorella Luigia, che consacrandosi a Dio, aveva seguito l’antica sua propensione dell’animo suo: diventata novizia in un convento, non vivea che per pregare.   

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COMMENTO

   È uno dei pochi romanzi di Mastriani il cui intreccio, abbastanza notevole, si svolge non nella sua città natia Napoli, ma in prevalenza a Parigi e in parte a Pisa.

   Francesco Mastriani conobbe personalmente a Napoli Alessandro Dumas padre dal quale venne considerato il rigeneratore dell’umanità. E con lo scrittore francese si può fare in questo romanzo, un accostamento con uno dei suoi libri più noti Il Conte di Montecristo: infatti il giovane  Federico Lennois, nella cella di un carcere in cui è chiuso perché accusato di furto, conosce, e ne diventa amico, un falsario, che con uno stratagemma lo aiuta ad evadere dal carcere e gli da pure le indicazioni per recuperare una piccola cifra che diventa un vero tesoro per il giovane Lennois. Ovvio l’accostamento con il personaggio del Dumas, Edmondo Dantes, che in carcere stringe amicizia con l’abate Faria che lo aiuta a fuggire e gli confida l’esistenza di un grande tesoro nell’isola di Montecristo. Notevoli in questo romanzo sono i toponimi della città di Parigi, ma anche di Pisa.

   Anche se la trama del romanzo si svolge lontano da Napoli, non mancano dei riferimenti sulla sua città natia. A pag.96 del vol. I chiedono ad Eduardo Horms se era mai stato a Napoli, e lo scozzese così risponde: Certamente, ciò fu nell’anno 1825… città incantevole. Eliso del mondo. Sotto quel cielo posi in oblio le mie sventure. Ivi soltanto sono stato meno infelice. quando la sera io traeva a passeggiare in riva di Mergellina, e fissava i miei sguardi su quell’anfiteatro di colline su cui la luna gittava le sue onde di candidissima luce: quando nel silenzio della sera, venivano a colpir le mie orecchie i canti dei marinai che sposavano le loro malinconiche melodie al mormorio della spiaggia, la quale sembrava raccogliere nel suo grembo acqua di argento; oh, in quei momenti io era felice. A pag.113, sempre del vol. I vengono citati dei versi di La Fontaine: C’est de tout qu’ à Naples on a vi regner l’amour e la galanterie… (è da tempo immemorabile che l’amore e la galanteria sono venuti a regnare a Napoli…).

   Nonostante che la maggior parte della trama del romanzo si svolge a Parigi, in questo romanzo, come in tanti altri, Francesco Mastriani non mostra eccessiva simpatia per i francesi e la loro lingua. A pag. 118 del vol. I leggiamo: È incredibile come la lingua francese, così schifa e inceppata nella sua costruzione, così monca e zoppa nel suo andamento, così stentata e ridicola nella sua pronunzia, così poco atta ai grandi pensieri, è incredibile come questa civettuola abbia ottenuto in Europa una specie di università, e venga tenuta dai più in concetto di vaga e dolce favella. A pag.101. del vol. II leggiamo: I parigini accorrono sempre in folla dovunque li chiama un novello spettacolo, di qualunque maniera si sia; e per essi è indifferente lo assistere così ad una di quelle scene infernali che si chiamano sommosse e che tanto disonorano la morale, la ragione e la civiltà di un popolo, come trarre ad una pubblica mostra di belle arti. A pag,133 del vol.II c’è una  riflessione di Mastriani che pure tende a ridicolizzare i francesi; Il primo gran poeta epico è italiano, Dante; il primo scultore in tutto il mondo è italiano, Michelangelo; il più grande pittore del mondo è italiano, Raffaello; il più grande restauratore delle scienze naturali è italiano, Galileo; il più grande politico de’mezzi tempi è italiano, Machiavelli: ma a qual paese appartiene chi insegnò pel primo all’Europa il vero modo di valsare? I francesi ballano con grazia, ed in questo noi riconosciamo riverenti ed umili la loro superiorità.

   Della città di Pisa pure abbondano le descrizioni artistiche e riferimenti storici. A pag.151 del vol. I si legge: Pisa può ben dirsi la città marmorea: i monumenti, i palagi, il suolo, le chiese, le tombe, tutto è di marmo. Gli stranieri soglion dire che anche gli uomini di questa città sono di marmo, forse perché così per essi vi  trovarono le donne. E a proposito di donne a pag.152 del vol. I ci troviamo un interessante aneddoto sul pittore Giotto che ha per protagonista un quadro che ha per soggetto il volto di una donna brutta. Il pittore non riusciva a vendere un quadro, così pensò di farne appunto uno di una donna brutta e ai piè del quadro ci scrisse a grandi lettere «Ritratto della più bella donna di Pisa».  I pisani si offesero di un così grave oltraggio al bel sesso, e chiesero al pittore perché avesse osato scrivere una cosa del genere e Giotto rispose che lui non conosceva in Pisa una donna più bella di quella che aveva posto l’immagine su tela, e se ce ne fosse stata qualcuna più bella si desse l’incomodo di farsi vedere da lui che l’avrebbe dipinta ed esposta al pubblico. Non appena si sparse la voce la sua casa divenne il convegno delle più belle donne di Pisa le quali si facevano ritrarre su tela e compensavano largamente l’opera dell’artista e i quattrini piovevano nel borsellino di Giotto sì che benediceva il bel pensiero che aveva avuto di scavare nella più inesauribile miniera, quella della vanità femminile. Di Pisa Mastriani ricorda anche dei versi che dante gli dedicò, a pag. 258 del vol. II c’è il verso: Ahi Pisa, vituperio delle genti… Non dovei tu i figliuoli porre a tal croce. Invece di Firenze ne tresse le lodi a pag.85 del vol. II: Firenze, la bella città, la patria dell’Alighieri, i suoi mille monumenti che parlano al cuore e alla fantasia, e danno a questa città a giusto titolo il nome di sede della civiltà italiana.

   Da religioso convinto, anche in questo romanzo non manca di affrontare, seppur in modo breve, l’argomento religioso e fa notare a pag.105 del vol.II che: Le grandi bellezze de’nostri poeti, le opere immortali de’pittori e scultori italiani, van debitore al genio e alle credenze della nostra Religione, feconda madre ispiratrice di tutte le fonti del vero e del bello. il genio artistico è soltanto italiano e cattolico. Il filosofo di Ferney, scrisse mille volumi, e una sola volta egli fu sublime, quando accattò un subbietto di tragedia a quella Religione che egli avea schernita. La Zaira di Voltaire è la più grande confutazione delle opere di questo poeta.

Pochi i riferimenti storici. A pag.30 del vol. I cita il Generale Nicolas-Joseph Maison comandante del corpo francese di spedizione nella Morea (1828). E a pag.100 del vol. I cita il re Carlo X di Borbone (Versailles 1757-Gorizia 1836), che si recò a Parigi nel Louvre, da San Cloud, per vedere un dipinto del suo primo pittore il Barone Francois Gèrard (Roma 1777-Parigi 1837).